Capsula #3 – Il Mental Coach

A chiunque riceva questa mia,
in qualunque tempo,
dimensione o spazio si trovi.

A chiunque abbia la capacità,
la volontà e soprattutto
l’animo per ascoltare.

Davvero.

Lancio questa terza capsula nello spazio in momento un po’ bizzarro.

La nostra vita è scandita dai colori. L’attribuzione di un determinato colore su base bisettimanale ci obbliga a cambiare abitudini e, in alcuni casi, segna il corso delle nostre vite. È curioso come la comunicazione non sempre efficace dei dati stia alla base di scelte così importanti, vero?

Ma so che a te, chiunque tu sia e ovunque ti trovi, poco importa delle nostre vicissitudini bizzarre… attendi che riprenda il filo del mio discorso dal punto nel quale lo avevo interrotto.

Ricordi dove eravamo rimasti?

Esatto!

Ti avevo promesso di spiegarti chi sia il Mental Coach, figura ancora misteriosa e controversa.

Il Mental Coach aiuta le persone a raggiungere i loro obbiettivi in modo che possano raggiungere la felicità attraverso lo sviluppo delle potenzialità (le risorse che tutti noi abbiamo ma spesso non sappiamo di avere o, peggio, non sfruttiamo a pieno) e soprattutto attraverso il fare. Questo senza dare consigli, senza indicare la strada al suo cliente verso una direzione specifica.

Il metodo del coaching ha tre aree di applicazione: lo sport, l’ambito lavorativo e la sfera personale. Quindi è, sostanzialmente, quasi sempre applicabile.

Ti chiederai come faccia.

Lo fa prima di tutto ascoltando attivamente e ponendosi allo stesso livello emotivo del suo cliente, entrando in contatto empatico.

Ti ricordi, prima ti ho parlato della sensazione di sentire su sé stessi lo stato d’animo dell’altra persona, ecco questa è l’empatia, significa sentire dentro di sé ciò che l’altro ci sta comunicando.

Ti sarà capitato di parlare con una persona per la prima volta e avere la sensazione di conoscerla da tutta la vita oppure avere la sensazione che ti stesse leggendo nella mente… beh, questo è entrare in empatia con qualcuno: quasi una magia!

Una connessione profonda che va oltre le parole e che ci avvolge e coinvolge.

Per fare questo non basta usare solo le orecchie ma bisogna impegnare tutto noi stessi.

Il coach deve essere disposto a spogliarsi di ogni esperienza personale vissuta, ogni giudizio, dai propri preconcetti e pregiudizi, non dare nulla per scontato, essere pronto ad accettare che ognuno di noi vede le cose a modo proprio ed al fatto che va bene così (sì, te ne ho parlato prima, ricordi bene!).

Se non lo fa il suo ascolto non sarà mai davvero attivo ma sarà filtrato o distorto e quindi non efficace.

Il segreto è aprire il proprio animo, essere disposti a dare spazio prima di tutto alle proprie emozioni in modo, poi, da sentire le emozioni dell’altro.

Senza giudizio, senza la pretesa di capirle o analizzarle.

Semplicemente sentendole per ciò che sono ed essere aperti all’imprevisto ed all’improvvisazione perché non sappiamo mai dove lo porterà il percorso del Coachee.

Il suo compito non è semplice in questo senso: deve essere in grado di cogliere tutto quello che il cliente comunica con parole, gesti, silenzi, persino l’intonazione della voce; deve stimolare il cliente a comunicare ciò che davvero vuole dire sia in modo consapevole che inconsapevole attraverso le domande aperte (domande che obbligano il cliente a pensare, a guardarsi dentro perché non contengono nessuna traccia che induca ad una o più risposte, domande che lo invitano ad una maggiore responsabilità e consapevolezza rispetto a sé stesso, a ciò che è, a dove è ed a dove vuole arrivare), modulando la sua comunicazione (del coach) e una iterazione mirata; deve accogliere ciò che gli viene comunicato anche se non lo condivide anche se in lui genera emozioni negative (ricordi quando ti ho parlato del fatto che le emozioni e l’essere dell’altro non sono né giuste né sbagliate ma sono sue e non tue?); ed infine deve restituire qualcosa di tutto questo e farlo nel modo che ritiene più giusto, ogni volta in modo diverso.

Perché?

Ormai dovresti averlo capito amico mio… ma siccome alla base dell’ascolto attivo c’è il fatto di non dare nulla per scontato (è ovvio per me e non per te!) te lo dico: il coach agisce (e sottolineo agisce, fa) ogni volta in modo diverso usando strumenti differenti perché ha davanti a sé ogni volta una persona ed un essere unico ed irripetibile.

Ciò che va bene per te non va bene per nessun altro, non mi stancherò mai di dirtelo.

Ecco perché l’ascolto attivo è alla base di questa professione e di questo metodo: se non si sente addosso l’altro non si potrà accompagnarlo in maniera efficace verso ciò che lui desidera ma, ancor prima, non si potrà aiutarlo a capire cosa desidera veramente.

In questo modo tra Coach e Coachee si crea un legame profondo, sincero, una sorta di alleanza che permetterà al cliente di lavorare in serenità e impegno per il raggiungimento dell’obiettivo ed al coach di poterlo affiancare nel migliore dei modi.

Ti faccio un esempio pratico di come l’ascolto attivo (il cogliere, raccogliere, accogliere e restituire) ed un rapporto di coaching empatico ed efficace hanno portato una persona a capire ciò che voleva davvero.

Questa persona ha iniziato il suo percorso perché voleva dimagrire, perdere qualche chilo, perché così come era non si sentiva a suo agio con sé stessa e con gli altri. Diceva sempre “Il mio obiettivo è banale, lo so!”  e le veniva puntualmente risposto “Se va bene per te, va bene per me”.

Durante il percorso il coach la ascoltava, la osservava e lei se ne accorgeva e all’inizio questo la metteva a disagio, la infastidiva.

Poi ha capito che dall’altra parte non c’era giudizio, né pregiudizio ma che c’era una persona che la accettava per quello che era e l’ascoltava davvero, una persona che a volte pareva leggerle nel pensiero. Che le poneva domande che la costringevano a pensare, a mettersi in discussione a far fluire i pensieri, a crescere.

Una persona che la incitava a fare azioni concrete e che non interferiva sulle sue decisioni o sul corso dei suoi pensieri ma stava lì, a bordo campo, vicino a lei.

Ebbene, attraverso un percorso suo e suo soltanto questa persona ha capito che ciò che faceva sentire a disagio con sé stessa e poi con gli altri non erano i chili di troppo ma qualcosa di ben più profondo e importante.

Ed una volta capito questo ha messo in atto, ogni giorno, azioni concrete per raggiungere il suo futuro desiderato, la felicità.

Ora, da sola magari avrebbe continuato a pensare che il problema fosse il sovrappeso, non avrebbe avuto gli strumenti, la volontà per invertire la rotta, o forse sì, non lo sapremo mai.

Ma una cosa è certa: se il Coach se non avesse utilizzato lo strumento dell’ascolto attivo in modo efficace si sarebbe fermato al barattolo di biscotti del quale lei gli parlava sempre per spiegargli la sua difficoltà nel non mangiare in modo compulsivo, non sarebbe andato oltre e il percorso di coaching non sarebbe stato efficace.

Spero di averti spiegato al meglio ciò che questa figura fa e soprattutto cosa non fa.

Se hai ascoltato davvero spero tu abbia sentito sulla tua pelle le emozioni che ho cercato di trasmetterti con le mie parole perché, ti svelo un segreto: il segreto è tutto qui!

Mi piace pensare che si debba partire da ciò che possiamo fare, dalle potenzialità che possediamo anziché incaponirci a sottolineare ciò che non va, i lati negativi e non pensare al passato se non per trarne uno spunto costruttivo per andare verso il futuro che vogliamo, verso la nostra felicità.

Ognuno di noi ha il suo barattolo di biscotti ed è un punto dal quale dobbiamo partire, non un’isola in mezzo al mare del nostro animo che ci deve tenere prigionieri impendendoci di andare dove più desideriamo arrivare.

Infatti la vita è qui ed ora: non importa il colore che ci viene attribuito. Il momento che viviamo adesso è irripetibile e non tornerà mai più.

Sciuparlo preoccupandoci di ciò che forse sarà o rimuginando su ciò che abbiamo fatto e non possiamo ormai cancellare serve solo a non vivere a pieno la nostra vita che, ci hai mai pensato, è fatta di un’infinità di qui ed ora.  

Più facile a dirsi che a farsi, vero?

Proverò a spiegarti il mio punto di vista con la prossima capsula, promesso. Non so quando la lancerò e non so di che colore sarà ma ormai lo sai: rimani in ascolto, ascolto attivo, mi raccomando!

Autore dell'articolo

Elisabetta Randaccio

Nata a Cagliari nell’Aprile del 1973, entra nel mondo dello sport fin da giovanissima praticando lo sport della scherma per quasi due decadi e passando, nell’età adulta, al mondo della danza sportiva e della zumba.

Mental Coach Brain2Gain, attualmente collabora attivamente come Tutor Coach nei corsi di formazione per Mental Coach e come Nutrition Coach per il settore IMSA Nutrition Lab®.