Capsula #2 – L’ascolto attivo

A chiunque riceva questa mia,
in qualunque tempo,
dimensione o spazio si trovi.

A chiunque abbia la capacità,
la volontà e soprattutto
l’animo per ascoltare.

Davvero.

Mi chiedo a chi sia giunta la prima capsula che ho scritto. A chi siano arrivate le mie parole, le mie emozioni scritte al computer la sera con la sola compagnia della musica e del mio gatto Romeo.

Mi chiedo se sono servite, almeno, a creare una piccola breccia nel muro che tanti di noi si costruiscono attorno. Ma, soprattutto, se chi ha raccolto il messaggio in questa bottiglia così sui generis abbia solo sentito oppure abbia ascoltato davvero.  Perché il punto nel quale mi ero fermata era proprio questo: l’ascolto attivo.

L’ascoltare davvero.

Avrai capito che la maggior parte delle persone fa l’opposto: sente distrattamente perché dà la priorità ad altro rispetto a ciò che ci viene detto oppure ascolta solo in funzione della risposta che darà per affermare il suo punto di vista.

Questo significa che non consideriamo importante quello che ci sta dicendo forse perché siamo concentrati solo su noi stessi.

Cosa succede quindi?

Rischiamo di non comprendere appieno il messaggio che ci viene inviato e di scatenare tutte le conseguenze che ciò comporta.

La base dell’ascolto attivo è, infatti, entrare in empatia con chi ti sta di fronte. Significa entrare in contatto con l’altro e sentendo su te stesso il suo stato d’animo, sentirlo addosso come se fosse tuo. Questo succede solo se riusciamo a spogliarci del pregiudizio (capita di farti una tua idea su qualcuno o qualcosa solo sulla base di supposizioni, vero?) e se accettiamo l’altro come essere unico ed irripetibile con la sua storia, la sua visione delle cose, la sua sensibilità, la sua emotività etc.

Con il suo essere, non il tuo. Non è giusto o sbagliato, è il suo essere.

Se partiamo dal presupposto che ognuno di noi ha la sua storia fatta di esperienze, di influenze date dalla famiglia, dagli amici, dalla scuola dai contesti sociali, dalla religione alla quale appartiene e così via (pensa alle differenze tra me e te!) l’idea che tutti abbiamo una percezione diversa dello stesso fatto acquista senso, vero?

Ciò che per me è giusto per te non lo è e viceversa.

Ma chi tra noi ha ragione? Un esempio: per me mangiare carne di cane è inconcepibile perché nella mia cultura è un animale da compagnia. Per una persona nata e cresciuta in Cina è un fatto assolutamente normale. 

Chi ha ragione? Abbiamo ragione entrambi perché la nostra idea ci appartiene ed appartiene al nostro modo di vedere le cose in quanto individui unici ed irripetibili.

Come hai ascoltato, anziché giudicare o, peggio, farci un preconcetto sarebbe meglio mettersi nei panni altrui, sentirli addosso: in questo modo il nostro ascolto sarebbe attivo e la nostra comunicazione davvero efficace.

Bisogna mettersi allo stesso livello emotivo dell’altra persona e immaginare di essere davanti ad uno specchio nel quale si riflettono le emozioni che l’altro prova e, specchiandoci, sentirle su noi stessi e fare loro posto dentro noi stessi, anche se non le condividiamo.

Se posso suggerirti un esercizio, un esperimento: la prossima volta che parli con qualcuno, prova a vedere la cosa da un altro punto di vista, cerca di svestirti delle tue convinzioni, di non interpretare e di sentire che emozioni provoca in te e vedi che succede. Continuerai a pensarla a modo tuo ma comprenderai perché c’è chi la pensa diversamente da te e perché la pensa in quel modo.

Spostare il fulcro del discorso da “chi ha ragione” al “la pensiamo in modo diverso e lo rispetto” può fare davvero la differenza. Ma nell’ascolto ci deve essere anche la volontà di volere e potere cambiare.

Dopo l’ascolto, vero e fatto di partecipazione, c’è un cambiamento. Può essere più o meno grande, più o meno piccolo, ma il cambiamento è inevitabile.

Se restiamo uguali a prima non abbiamo ascoltato in modo autentico. Foss’anche per rafforzare le nostre opinioni, nell’ascolto aperto troveremo la forza delle nostre idee.

Dove non c’è cambiamento non c’è ascolto.

L’Ascolto attivo è una pratica che si perde nella notte dei tempi. Infatti già nell’antica Grecia, a coloro che si recavano a Delfi per interrogare l’Oracolo, questi rispondeva loro così:

“Ti avverto, chiunque tu sia. Oh, tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il tesoro degli Dei. Oh, uomo conosci te stesso e conoscerai l’universo degli Dei”.

Omero nella sua opera l’”Odissea” racconta dei Feaci, un popolo mitico ai quali Ulisse, il protagonista della storia che vive mille peripezie durante il suo ritorno a casa da un lungo viaggio, racconta la sua storia proprio sull’isola abitata da questo popolo.

Ebbene, i Feaci sono lì, cinti ad ascoltarlo, senza esprimere un giudizio morale, condanne o lodi di approvazione: lo accolgono, punto, con il cuore e con la mente, quella mente che sa traghettare le navi senza la fatica dei remi, un sistema di pensiero superiore, nell’unità e non più della dualità del bene e del male.

In parole povere stanno mettendo in pratica l’ascolto attivo.

Ed infine è famosa anche la massima di Plutarco, filosofo e sacerdote greco vissuto sotto l’Impero Romano:

La natura, si dice, ha dato a ciascuno di noi  due orecchie ma una lingua sola, perché siamo tenuti ad ascoltare più che a parlare”.

Troviamo questo strumento portentoso anche nella filosofia (se non lo sai si tratta di un’attività spirituale autonoma che interpreta e definisce i modi del pensare, del conoscere e dell’agire umano nell’ambito assoluto ed esclusivo del divenire storico) soprattutto in relazione a Socrate, filosofo vissuto in un periodo lontanissimo dai giorni nostri. Lo ricordiamo perché prima di lui l’unico scopo della filosofia era la ricerca della verità. Anche lui persegue questo obiettivo introducendo, però, due elementi fino ad allora sconosciuti: il dialogo e la professione di ignoranza.

Quello che chiamiamo dialogo socratico (da dialéghesthai, conversare, ragionare con) è un innovativo strumento/metodo per arrivare all’intuizione della verità, basato su quella che il filosofo definisce maieutiké tèchne, ovvero la maieutica che, nell’antica Grecia, era l’arte esercitata dalle levatrici, le odierne ostetriche.

La genialità della maieutica socratica consiste nel fatto che Socrate non impone il suo punto di vista ai suoi interlocutori né consegna loro una verità data e precostituita come fino ad allora avevano fatto i filosofi suoi predecessori, primi fra tutti i sofisti.

Socrate si prende cura della persona con cui dialoga con lui attraverso l’ascolto. Il suo, però, è un ascolto attivo; i suoi interventi nel dialogo sono puntuali, dimostrano la fallacia dell’altrui ragionamento (élenchos, confutazione), sottolineando ogni più piccolo e apparentemente insignificante vuoto logico (aporìa) nel discorso dell’interlocutore; questi viene incalzato con piccole e brevi frasi a cui deve necessariamente rispondere in modo altrettanto breve (katà brachù dialéghestai) ed è disorientato dall’ironia del maestro, ovvero dall’apprendere che Socrate stesso si professa ignorante.

Su questa sua intuizione geniale si basa il metodo del coaching ma, di questo ti parlerò più avanti. Come vedi l’ascolto attivo non è qualcosa di nuovo, al contrario. Ti ho fatto davvero pochi esempi eppure potrei citartene tanti altri.

Hai visto il video qui sopra?

Hai capito più o meno di cosa si tratta, spero, ma ti starai chiedendo quali vantaggi e benefici concreti possa apportare alla nostra vita, in quali contesti, cosa ci guadagniamo in parole povere.  Ti stai chiedendo perché lo ritenga così importante. Ti faccio alcuni esempi di situazioni nelle quali attuare un ascolto attivo migliora la nostra vita.

Nella coppia, in una relazione d’amore. In una relazione si può anche parlare la stessa lingua ed intendersi perfettamente a livello linguistico, ma questo non è sufficiente per arrivare ad una profonda comprensione di sé e dell’altro. Occorre, invece, entrare in profondo contatto con l’altro attraverso ciò che trasmetto all’altro e ciò che l’altro trasmette a me, costruendo così un noi. Per costruire una relazione autentica e profonda è necessario riuscire a comunicare, ma il senso del comunicare non si limita all’informare, al parlare con l’altro del più e del meno. 

Comunicare non è raccontarsi cosa si è fatto durante la giornata o decidere insieme il colore del divano nuovo.  

Informare e Comunicare hanno significati estremamente diversi: 

  • l’Informazione è una trasmissione di dati, la Comunicazione, invece, è un processo di scambio di informazioni e di influenzamento reciproco ed è, quindi, imprescindibile dalla relazione.
  • La comunicazione ha sia un aspetto di contenuto (cosa scelgo di utilizzare per esprimermi?) sia un aspetto di relazione (in che modo scelgo di esprimermi in relazione al mio interlocutore ed in che modo la relazione che ho con il mio interlocutore influenza la mia scelta di esprimermi?).

Comunicare con l’altro significa “mettere in comune” con l’altro: quando comunico, ciò che è parte di me diventa in qualche modo anche parte dell’altro e ciò che è dell’altro diventa allo stesso modo anche parte di me.

La finalità della comunicazione non è convincere l’altro ad essere o a fare ciò che vogliamo e desideriamo, non è cambiare l’altro diverso da sé per farlo diventare una copia di noi stessi, ma conoscersi e comprendersi reciprocamente, per capire insieme se e come possiamo stare con l’altro.  

Questo vuol dire che è necessario non solo esprimere ciò che si sente, ma essere pronti ad accogliere con totale apertura ciò che anche l’altro esprime di sé, mettendoci in una posizione di vero ascolto: un ascolto attivo ed empatico.  

A lavoro. La comunicazione è un aspetto fondamentale da tenere in considerazione sul luogo di lavoro.  Lavorare in un ambiente aziendale propositivo e stimolante è importante sia per il lavoratore che per il datore di lavoro ed uno degli elementi fondamentali per poter raggiungere questo obiettivo è concentrarsi su una comunicazione interpersonale efficace. 

Solamente in questo modo, con un ascolto attivo dell’altra persona, si potrà instaurare un rapporto di fiducia e di intesa con i propri colleghi o tra superiore e persona subordinata. Per esempio:

  • crea legami: instaurare relazioni sincere sul posto di lavoro è estremamente importante. Se un collega percepisce la tua attenzione durante la comunicazione, sarà ben disposto a condividere con te pareri e informazioni su progetti lavorativi.
    In questo modo, potrai costruire una solida rete di legami all’interno del tuo ufficio e spianare la strada a progetti e collaborazioni future. 
  • accresce la fiducia: praticare un ascolto attivo costante con i tuoi colleghi getterà le basi per una relazione solida e sincera. Se i tuoi colleghi sanno di poterti parlare liberamente, senza essere interrotti, trascurati, contraddetti o scherniti, ti vedranno come un interlocutore affidabile, con cui potersi confidare e confrontare.
  • migliora le tue competenze: ascoltare in maniera attenta e curiosa i tuoi colleghi è un ottimo esercizio per migliorare alcune delle tue competenze. 

A scuola. All’interno del contesto scolastico sentirsi ascoltati e accolti aiuta ogni bambino e ragazzo a sentirsi parte integrante del gruppo, a superare possibili difficoltà e migliora il clima di classe.

Agli insegnanti vengono richieste sempre più spesso, oltre alle competenze culturali e didattiche, quelle emotive-relazionali. Nella relazione docente-alunno un ascolto attivo aiuta ad instaurare una buona comunicazione e ad effettuare un migliore apprendimento.

Lo studente  si sente capito, ascoltato e non giudicato.

Spesso la causa di un cattivo rendimento degli studenti è la paura, l’ansia del rendimento, della prestazione che spesso crea un blocco nell’esposizione più fluida, chiara e leggera.

Per poter effettuare un ascolto attivo è importante ascoltare l’alunno senza preconcetti anche se non si accettano le sue idee o i suoi punti di vista. Certo, ascoltare senza giudicare è difficile in quanto i nostri filtri emotivi e mentali ci proteggono dal sentire ciò che ci mette a disagio o che non rientra nei nostri valori. Ma pensiamo alla qualità dell’insegnamento che si può ottenere applicando questi accorgimenti, a quanto sia ricca di fragilità l’età che gli alunni vivono e quanto può fare un insegnante per loro. Può dare una ricchezza che porteranno con loro per tutta la vita o procurare delle ferite che non si rimargineranno mai.

Insomma, come vedi i vantaggi sono davvero enormi, vale la pena mettere in atto questo fantastico strumento, ma allora perché lo fanno in pochi?

Forse perché ci fa paura.

Perché ci costringe a fare i conti con la parte di noi stessi più profonda ed intima ed a metterci a nudo anche con l’altra persona, perché riteniamo di essere depositari delle risposte giuste e non ci interessa ciò che gli altri pensano.

Oppure perché, al contrario, non ci sentiamo all’altezza di trattare quell’argomento.

O semplicemente perché abbiamo tanta paura delle critiche da non poter sopportare di sentire qualcosa di negativo o spiacevole.

Qualunque siano la ragione e l’origine delle nostre remore i vantaggi dell’ascolto attivo sono davvero maggiori e quindi vale la pena imparare ad utilizzarlo.

L’unico modo per imparare e migliorare è il fare.

E allora ti suggerisco un esercizio pratico. La prossima volta che avrai una discussione con una persona, fermati e poniti questa regola: ognuno non può esprimere la propria argomentazione se non dopo aver prima ripetuto le idee e le sensazioni dell’interlocutore con esattezza e con la conferma di quest’ultimo.

In altre parole: prima di dire la tua, devi provare ad assimilare il quadro di riferimento del tuo interlocutore, per comprendere le sue idee e le sue sensazioni, così da essere in grado di poterle riassumere al posto suo.

Difficile? La sfida di questo esercizio è (anche) nel non permettere ai pregiudizi di intervenire attivamente nella relazione: la sfida è dunque …la comprensione!

Ricordi quando prima ti raccontavo di Socrate e della sua intuizione geniale? Ti ho accennato al fatto che è alla base del mental coaching.

Cosa è? Avrai capito che la sintesi non è una delle mie qualità e che amo lasciare che i pensieri fluiscano liberi tramutandosi in parole e, spero, trasportando chi mi legge nel mondo affollato e piacevolmente caotico che si trova nella mia mente.

Lo spazio a disposizione in questa capsula è terminato e credo di averti già dato tanto su cui riflettere. 

Sei curioso di sapere cosa fa e chi è questo personaggio misterioso chiamato Mental Coach

La prossima capsula arriverà presto.

Tu rimani, però, in ascolto. In Ascolto Attivo, mi raccomando!

Autore dell'articolo

Elisabetta Randaccio

Nata a Cagliari nell’Aprile del 1973, entra nel mondo dello sport fin da giovanissima praticando lo sport della scherma per quasi due decadi e passando, nell’età adulta, al mondo della danza sportiva e della zumba.

Mental Coach Brain2Gain, attualmente collabora attivamente come Tutor Coach nei corsi di formazione per Mental Coach e come Nutrition Coach per il settore IMSA Nutrition Lab®.